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martedì 29 settembre 2015

Sulle Orme di Marte

Pubblicato nel vecchio Blog il: 03.09.2015 18:57
Con quanta facilità è possibile ritrovare dei marzialisti (dicasi di personaggi alquanto simpatici che affermano di praticare arti marziali, ecc) da bar dello sport, soprattutto coloro che prediligono la valenza sportiva delle arti marziali/ sport da combattimento, affermare a pieni polmoni frasi siffatte: “Arti marziali, arti del dio marte, quindi della guerra”? Per subito dopo aggiungere: “Se non ti meni o fai sparring o fai gare, non pratichi arti marziali!”(di solito, nelle versioni feisbucchiane, vanno aggiunte una notevole quantità di punti esclamativi e maiuscole a go go, così per “menare” un po’ la nobile lingua del sommo poeta). Si tanta assolutistica convinzione può anche apparire veritiera ai profani e tra coloro, poveri di studio e  spirito di ricerca, ma soffermiamoci proprio su questa qualunquista affermazione, ed analizziamo mettendo in evidenza come, per l’ennesima volta, gli assolutismi e le verità che ne pretendono tale caratteristica non siano se non del tutto, almeno in parte, errate e quindi siano verità non vere (un po’ come questo blog, dove la verità è menzogna, ricordate?).
Marte dio della guerra, è una semplice affermazione la quale di per sé appare veritiera e nota a tutti, il problema, signori miei, è che esporre la verità vuol dire anche cercare di mostrarla (e non necessariamente dimostrarla) in tutte le sue angolazioni, o per meglio dire: sotto tutti i punti di vista, poiché una cosa è tale se resta coerente a se stessa per un determinato tempo/spazio, quindi Marte dio della guerra è una proposizione giusta, ma incompleta e questo forse è anche colpa dell’uomo stesso e della sua semplicistica capacità di accontentarsi con ciò che ritiene facilmente sufficiente.
Il Marte romano è ben diverso dalla sua controparte greca Ares, nonché venga ad esso associato/assimilato. Là dove Ares è, fin dai suoi origini, pura forza distruttiva: signore assetato ed insaziabile di sangue e fragore, di rissa ed assassinio (ricordiamo l’epiteto di Miaiphonos, colui che è machiato di sangue e Brotoloigos, il distruttore di uomini) Il Dio Marte ne acquisisce tali caratteristiche soltanto in un periodo assai tardo: il I secolo a.C. prima di allora possiamo riconoscere in Marte attributi ben più benevoli, pur essendo sempre e comunque collegato con le arti belliche: E’ signore del tuono, della pioggia, nonché protettore dalle calamità agricole, in questo ambito ci viene mostrato un Marte più vicino a compiti di fertilità  della natura e non a caso egli è anche il dio della primavera.
 Ora se pensiamo alla primavera, di primo acchito non ci verrebbe mai in mente di pensare ad attività “violente” o minimamente connesse alle arti belliche, questo per il semplice fatto che in passato, l’inizio della primavera segnava anche l’inizio del periodo delle guerre, poiché le piccole città stato e anche gli imperi più grandi come quello persiano, egiziano e romano, dovevano affrontare le azioni belliche in un momento dell’anno il più favorevole possibile, sia per la gestione logistica e  tattica che “il muovere eserciti” richiedeva.
Sia evidente quindi come la peculiarità di “Dio della guerra” non sia una caratteristica univoca ed assoluta al noto personaggio, anzi essa non è altro che una delle tante qualità e/o attributi ascrivibili al dio, se poi vogliamo soffermarci alla versione greca del dio della guerra, sarà evidente il fatto di come non sia solo Ares l’unico, vero dio della guerra, ma ne rappresenti solo la parte più brutale e violenta della stessa (da notare anche il fatto di come, la nascita e la “casa” di Ares trovi luogo in Tracia, zona considerata dagli stessi greci tra le più barbariche  e meno civilizzate), mentre aspetta ad Athena (anch’essa dea della guerra, della conoscenza e dell’artigianato) le caratteristiche più nobili della guerra, ovvero: la strategia e la tattica. Nella tradizione greca è facilmente riscontrabile degli scontri tra Ares ed Athena, notando come gli stessi finiscano sempre con la vittoria della dea nei confronti del fratello, proprio grazie all’astuzia (Metis, che ricordiamo ne è la madre), quindi sia evidente come già in tempi antichi il mito vuole l’intelletto superiore alla semplice brutalità, da qui la superiorità umana pretesa dai vari Strateghos ed Hegemon, strateghi e comandanti in capo dei vari eserciti di area Egea, quali alunni di Athena, dea della conoscenza (No, l’Athena dea della giustizia e della pace dei cavalieri dello zodiaco non vale in questo contesto).

Da simile discorso risulterebbe evidente quindi, come non sia possibile e del tutto corretto applicare il termine “arti marziali” esclusivamente in senso bellicoso e quindi nella sua accezione di arti dedite strettamente ed unicamente alla guerra, poiché non credo che voi, O moderni marzialisti del web,  abbiate abbinato allo studio delle mere tecniche di lotta, confronto o chi che sia, lo studio della strategia, della tattica e delle arti in generale, a meno che non vi consideriate dei bruti spasimanti della violenza e stancabili ricercatori di risse per il gusto delle stesse.
Ci rendiamo quindi conto che con la terminologia di Arti Marziali, non stiamo solo definendo il semplicistico metodo di combattimento e gli accorgimenti puramente  brutali degli stessi, quanto un insieme culturale molto più vasto: a Sparta, un guerriero per diventare tale doveva studiare all’agoghé musica, matematica, danza, eloquenza, tutte caratteristiche che unite alla preparazione fisica e militare dovevano formare, se non sarebbe meglio usare il termine costruire, il guerriero perfetto (pretesa quest’ultima, che la storia ci dimostrerà del tutto infantile), mi chiedo di tutte quelle persone fomentate che si riempiono la bocca affermando di praticare ad esempio il Pancrazio, se siano realmente capaci a svolgere una semplice operazione aritmetica (questo quesito rimane una semplice personale curiosità) o prodigiarsi nell’arte della retorica? In quanti di coloro che professano la cultura marziale di area mediterranea (tra cui troviamo tutti i vari ricostruttori storici marziali che vogliono farci credere di aver riscoperto le ancestrali tecniche del pancrazio o del pugilato) sono veramente coscienti di quel che vuol dire studiare le arti militari della cultura greco romana?
Lo studio delle antiche religioni può quindi far luce su un argomento a prima vista banalmente scontato, dimostrando come in realtà ci sia molto di più del semplice affermare: Arti marziali, da Marte dio della guerra. A tal proposito vorrei ricordare ai miei lettori che quella greco romana è una cultura assai moderna e a mala pena durata qualche secolo (se consideriamo il medioevo ellenico possiamo al massimo azzardare 1000/1500 anni di civiltà ellenica, mentre simile misura appare se sommiamo l’era repubblicana e quella imperiale di Roma), tempi storici di ben poca importanza se a confronto con civiltà antiche già al tempo dello stesso Leonida (per i fanatici della grafic novel) o Cesare, Civiltà come quelle assiro babilonesi, ittite, medi e ovviamente quella egizia. Se per pura curiosità vi capita di studiare leggermente queste antiche civiltà, quasi all’origine del tempo, potreste notare come quelle divinità preposte alla definizione di “dio della guerra” in realtà assumevano anche ruoli e compiti assai diversificati, per una concezione locale e ben determinata nella storiografia umana, possiamo affermare, con la dovuta cautela che la guerra di per se era ben divisa tra i compiti dei vari dei appartenenti ai diversi pantheon.
Dunque ho analizzato la comune locuzione all’origine delle arti marziali, fornendovi nuovi indizi su cui meditare, vorrei ora porre l’attenzione su un particolare, il quale, a chi tra voi sia assai scaltro sarà apparso subito evidente: Ho trattato l’argomento in chiave politeista, come si comporta la “guerra” e gli “attributi guerreschi” in chiave monoteista? All’origine dell’unico Dio sono riscontrabili le capacità guerriere?
Se volete proseguire questo viaggio insieme a me lasciate un commento al mio blog, ed eventualmente segnalatemi cosa vorresti approfondire. Sarò lieto di rispondervi.
N.B. sono certo che da questo scritto ne trarrò molti attacchi e accuse, come capita al solito su internet. Ma dato che i guerrieri da tastiera preferiscono guerreggiare premendo i tasti non mi preoccupo e quindi lo pubblico lo stesso. 

Sull'Uguaglianza degli opposti

Pubblicato nel vecchio Blog il: 10.03.2015 11:23
Abbiamo tutti esperienza di ciò che appare uguale e ciò che invece non lo è, esperienza talmente palpabile che d’improvviso diventa impercettibile, poiché l’abitudine non ne valuta più la reale importanza. Eppure dall’origine delle prime civiltà l’animo umano, il suo intelletto, ha cercato in ogni modo di esprimere attraverso le umane parole e simbolismi vari come, non vi è al mondo due oggetti in verità uguali e altrettanti del tutto differenziati. Alla domanda “quali sono gli opposti?”, i fantastici filosofi del new age risponderebbero: “sono lo Yin e lo Yang del tao, dove yin è femminile e yang è maschile.” E fin qui nessun problema, ma cerchiamo di andare oltre la scolastica affermazione  riguardo ciò che è di per sé yin e di ciò che è di per sé lo Yang:
Possiamo definire ciò che esiste e ciò che non esiste. Questa è una capacità tutta umana , dimostrazione insostituibile del miracolo dell’intelletto, poiché non troverete altra pianta o bestia in grado di definire ciò che non esiste (almeno nel nostro mondo), è proprio la nostra capacità di esprimere il non essere che ci rende intelligenti. Essere e non essere sussistono quindi nell’universo, un universo governato da leggi che a mala pena abbiamo da poco cominciato a comprendere, ma intuitivamente i nostri antenati hanno espresso in sottili affermazioni, la cui banalità le rende universali alzandole al limite dell’etereo esempio d’intelletto. Vi è un errore di fondo però, un errore al quale non possiamo sfuggire poiché se lo facessimo, simili saremmo al grande architetto del mondo e non più uomini se non dèi perderemmo l’interesse della ricerca. Questo errore è il definire il non essere in base alla nostra esperienza dell’essere, e nessuno né i più nobili animi del passato, né il più alto intelletto attuale può sfuggire a questa trappola del mondo, una trappola che ci rende semplicemente uomini.
Ora, proprio per il fatto che siamo costretti a seguire questo nobile errore, a cadere in questa deliziosa trappola, cercherò di attenermi alla definizione di ciò che è e scrutare al suo interno, quale amante impavido ossessionato nella sua estrema conoscenza.
Il Reale.
Il primo sforzo col quale il nostro intelletto  deve fare i conti è la consapevolezza della distinzione della realtà, la quale può facilmente essere divisibile in due: La realtà naturale, ovvero che esiste di per sé in quanto naturale disegno del sommo architetto e la realtà artefatta, quale realtà creata, interpretata e esistente unicamente in relazione all’uomo e al suo intelletto. All’interno di questa realtà che è somma assoluta di essere e non essere possiamo stabilire la presenza degli opposti, diversi cioè dagli opposti assoluti (essere e non essere).
Gli opposti del reale condividono più similitudini che differenze: entrambi sussistono solo se in presenza dell’altro, si alternano con moto svariato ed imprecisato, di rado sfiorando l’equilibrio, sovente prevalendo l’uno sull’altro senza mai vincerlo del tutto. Sono diversi in tutto e per tutto e proprio per questo sono ancora più uguali, indissolubili amanti eternamente innamorati e fallimentalmente indipendentisti.
La realtà che è di per se appare a noi quali sovrastante forza trasformativa, ingovernabile impetuosa giumenta dall’indomito animo, dalla colossale presenza. Di essa l’uomo può ricercarne conoscenza anche se, ad oggi, con scarsi risultati. In questa realtà gli opposti ci appaiono  alla pari dei ciclopi o degli ecatonchiri: forze talmente inumane da non avere la benché minima parvenza di moralità e nobiltà … di umanità. La loro alternanza si dimostra discontinua, imprevedibile ed immutabilmente mutabile.
Della realtà artefatta l’uomo gioca come un bambino che scopre il rumore sbattendo “le cose” al suolo. Gli opposti diventano di gestibile dimensione …

L'Apprendimento e la ripetizione

Pubblicato nel vecchio Blog il: 20.11.2014 12:35
Ogni disciplina marziale va fiera del proprio bagaglio tecnico, delle proprie radici e soprattutto dei propri sistemi di allenamento. In effetti, negli anni ed in lungo ed in largo per il mondo, ogni maestro ha ideato via via sistemi e metodi allenanti sempre più particolareggiati, creando quel insieme folkloristico che danno uno specifico sapore alle discipline marziali; si dimentica però che vi è una costante, in tutti questi metodi di addestramento che penetra trasversalmente ogni sistema marziale, ogni stile marziale nonché permea molte delle nostre quotidiane attività di apprendimento, tale costante è la ripetizione.
Le scimmie antropomorfe più vicine all’uomo, gli scimpanzé (non dimentichiamo che tra noi e loro ci divide un unico gene), si tramandano elementari e “semplici” tecniche, come quella di aprire una noce  schiacciandola fortemente con una pietra attraverso la dimostrazione immediata del fatto e la costante ripetizione del gesto, fino al quasi perfezionamento dello stesso, con il quale gli esemplari più adulti riescono a spaccare le noci con un “semplice”, definitivo colpo!
Nella nostra quotidiana esperienza possiamo avere dimostrazione di come l’apprendimento avvenga fondamentalmente attraverso due vie complementari  e opposte: autogenesi intuitiva, ovvero l’innata capacità di  trovare la giusta risposta o soluzione ad un dato problema in completa assenza di una conoscenza pregressa e la ri-creazione ripetitiva, qualora non siamo in grado di risolvere un dato problema, possiamo copiare e ri-creare la soluzione adatta, memorizzandola attraverso la ripetizione.
Il metodo della ripetizione quindi condiziona la nostra capacità di rispondere ad un dato problema, velocizzando i tempi di risposta non già per via di una consapevolezza superiore del problema stesso, quanto per una rettiliana sensazione al limite dell’istintività. Il ripetere quindi, perfeziona e alimenta quella certezza che man mano si crea in noi, ovvero: che tale risposta è quella giusta a quel determinato problema, rinchiudendoci in un pensiero assolutistico proprio di chi si sente sicuro delle proprie certezze, ma…
Abbiamo tutti esperienza di come in natura non vi sia nulla di assoluto, immanentemente eterno e tale caratteristica è proprio di ogni cosa che appare davanti a noi, anche e soprattutto dei problemi che di volta in volta dobbiamo risolvere, ecco perché la falsa certezza prodotta dall’osservazione della ripetizione è di per sé una lama a doppio taglio. La ripetizione ci abitua a scegliere l’unica risposta certa che in passato ha funzionato ad un determinato problema, ma non ci fornisce nessun strumento per decifrare e modificare tale risposta nel caso, quello stesso problema, subisca una minima variazione.
Conoscevo un caro amico marzialista, il quale ogni giorno eseguiva cento calci circolari al sacco per ogni gamba, sempre a massima potenza. La sua convinzione risiedeva nell’affermazione che:
 “un guerriero che allena cento volte una tecnica anziché una volta cento tecniche è certamente più avvantaggiato in combattimento.”
Orbene, tale preposizione è certamente vera fin quando la teoria resta nel suo valido mondo che è appunto: teoria. Le varianti presenti all’interno della definizione di “combattimento” per la quale lui si addestrava, sono infiniti e all’infinito esse stesse variano, prendiamo ad esempio solo queste due varianti.: Luogo dello Scontro e Quantità di Avversari.
Luogo dello scontro, può essere la sala di una palestra, un ring, la strada (si è in salita o in discesa), il pavimento può essere scivoloso o fragile, può esserci vento e sabbia, pioggia, ecc… insomma la variante “luogo dello scontro” presenta diverse, se non infinite possibilità. Ora analizziamo la variante quantità avversari. Possiamo partire da uno solo, già con due avversari il mondo diventa un altro, figuriamoci un numero via via crescente, questi possono essere armati, possono essere drogati o ubriachi, qualcuno di loro può essere un combattente nato, ecc…. anche qui, un'unica variabile presenta un infinità di variabili!
Quindi il problema: “combattimento” non è certo risolto allenando ripetutamente un'unica risposta, nel nostro caso un'unica tecnica: il calcio circolare.
E allora qual è la risposta giusta a questo problema?
Semplice, cari lettori, la risposta l’abbiamo sempre avuta e la osserviamo ogni giorno, è la risposta che ci viene dalla natura stessa, dalla nostra stessa natura: l’adattabilità.
Solo chi è capace di affrontare un problema e risolverlo trovando la soluzione più ingegnosa, ovvero l’adattabilità ad una risposta coerentemente soddisfacente a quel determinato problema può riuscire vittorioso. Megas Alexandros insegna.
Allenatevi duramente, certamente la ripetizione del gesto tecnico sarà sempre un ottimo metodo, ma non fossilizzatevi in una credenza assolutistica di invincibilità, tantomeno di forza contro altri.

Sulla Difesa personale e le Arti Marziali

Pubblicato nel vecchio blog il: 12.11.2014 10:33
Il mondo delle arti marziali nostrane talvolta può offrirci degli ottimi aneddoti che rasentano il ridicolo, come quella del maestrino di karatè che prende a pugni una busta di sassi per allenare il giacuzuchi*, senza aver mai fatto un minimo di preparazione antecedente e procurandosi la frattura di tre su cinque metacarpi, o meglio quella del maestrino di difesa personale dall’anglosassone nome che ad ogni lezione tenuta si procura autolesioni, spesso limitanti, anche quando si allena a solo! Insomma una varietà di spunti sui quale riflettere amenamente nelle fredde sere invernali, possibilmente con una buona scorta di vino rosso. Quest’oggi però il pensiero mi si è fermato ed ingarbugliato sulla problematica questione: arti marziali e difesa personale.
Orbene mi affido al buon senso nonché a quel minimo di intelletto che vorrei riconoscere ancora nella maggioranza dei miei pari, esseri definibili ancora, umani o forse troppo umani (il buon Friedrich mi scuserà per questa ignobile menzione). Cercate di seguirmi, miei cari lettori, su un ragionamento così banale, naturale e semplice che oserei dire ci sarà poco o nulla sul quale indagare dopo.
Arti marziali. Con questi due termini possiamo raggruppare quell’insieme di tecniche, studi e metodi dai più variegati sapori orientali u occidentali che siano, riguardanti i metodi di combattimento a solo, in gruppo, armati o disarmati; ritrovabili ovunque l’uomo vi abbia portato la propria civiltà.  Orbene, questa conoscenza che ha come scopo lo studio ed il raggiungimento di una infallibile efficacia al momento di dover essere applicata in combattimento è per sua stessa natura non soltanto teoria iperuranea quanto praticità immanente e consistente. Un arte marziale che si rispetti, ha quindi il bisogno naturale di essere dimostrabilmente pratica nel caso di doverne fare uso, altrimenti semplicemente non è un arte marziale.
Mi spiego: Se inizio la pratica di una disciplina, qualsiasi essa sia, oltre a farlo per il semplice piacere o svariati altri motivi personali, ecc, l’obiettivo alla base di tale studio non sarà se non raggiungere ottimi livelli di maestranza applicata riguardo quell’ambito specifico di studio; quindi se mi iscrivo ad un corso di disegno e pittura, mi aspetto di raggiungere alti livelli (o almeno migliorare le mie capacità) nella disciplina, appunto, del disegno e della pittura, ciò non richiede necessariamente che io diventi un esperto nella storia dell’arte, quest’ultimo può essere semplicemente una conoscenza collaterale data dal mio personale interesse per quella ulteriore disciplina(la storia dell’arte, appunto). Potremo continuare ad esaminare un infinità di esempi simili, e la deduzione finale sarebbe sempre la stessa: L’autosomiglianza tra disciplina e scopo della stessa. Cos’è l’autosomiglianza? E’ la capacità naturale per la quale ogni singola parte è identica al tutto, nel nostro specifico caso, ogni singola tecnica marziale, pur variando la sua morfologia tecnica strutturale, prevede lo stesso identico scopo di ogni arte marziale degna di tale nome: abbattere il proprio avversario.
Un praticante di arti marziale è allora uno studente dedito all’approfondimento e assimilazioni dei metodi per raggiungere un alto grado di efficacia nell’abbattere il proprio avversario, sia sul piano fisico che su quello psicologico, in tal modo la sua persona si avvicina il più possibile all’archetipo elementare del guerriero: L’uomo in grado di affrontare ogni difficoltà proprio in virtù della sua conoscenza marziale.
Ora, abbiamo delle discipline che insegnano a combattere e degli studenti che si impegnano ad imparare tali metodi, considerando che un combattimento prevede l’alternanza di fasi di attacco e difesa fino al punto cruciale in cui si stabilisce la supremazia di uno dei due fattori in lotta, si potrebbe concludere che: un praticante di arti marziali, è per sua natura addestrato e pronto ad un ottima difesa di se stesso, ad un efficace difesa personale. E allora… La domanda da un milione di dollari: perché ci sono i fantomatici “corsi di difesa personale, quando abbiamo già le discipline definite appunto Arti Marziali”?  Il nichilista che è in me, risponderebbe: Questi corsi di difesa personale esistono per ovvi motivi commerciali, ad un certo punto, quando alla moda dello Judo, s’impose quella del karate, ed al karate il kungfu, poi la kick boxing, e via dicendo, il nostro bisogno di creare mercato e continuare a vendere qualcosa che appaia nuovo, convinsi gli insegnanti a separare i due aspetti, come se ciò fosse logicamente possibile, ed in tal modo venne fuori che le arti marziali erano solo uno stile di vita e tutto quell’insieme di mondezza newage per cui bisognava anche praticare qualcosa di più reale e adatto alla “strada”, inventando nuovi corsi (possibilmente da svolgere in mimetica) dove, togliendo tutta la parte culturale delle originarie arti marziali, si pensassi unicamente all’aspetto “realistico” delle tecniche stesse, infine dando a questi corsi possibilmente un nome improbabile e magari attinente a qualche videogioco in pieno stile virtua fighter, street fighter o tekken e via dicendo.
Ora, mi domando se non è così facile riconoscere che praticando già un arte marziale si dovrebbe imparare a difendersi? Lo studio classico della logica aristotelica dovrebbe portarci, in modo assai semplice, alla risposta di questa domanda: Si, per imparare a difendersi basta studiare, per bene, un ottima disciplina marziale; dove per ottima si consideri quella disciplina più facilmente assimilata dalla mia specifica persona, e alla quale si dedica diverse ore di addestramento.
Oltre all’aspetto logico per il quale è ovviamente inutile separare la difesa personale dalle arti marziali, vi è anche una motivazione pratica sul perché è indiscutibilmente migliore scegliere un arte marziale anziché un corso di difesa personale ma per questa discussione vi invito a restare in attesa al prossimo articolo del blog. Nel mentre, cari amici lettori, meditate e allenatevi.
*Attendo il primo linguista che proverà a correggermi sul come scrivere giacuzuchi correttamente.

lunedì 28 settembre 2015

Il mio stile non è adatto a tutti

Pubblicato nel vecchio Blog il: 06.11.2014 16:28
Il perbenismo culturale che fonda le sue basi su una relativistica moralità e virtuosità ha portato l’evolversi dei concetti di uguaglianza e parità a livelli tal mente astratti che siamo giunti al convincimento grazie al quale è buono  pensare che: Siamo tutti uguali.
Orbene, guardatevi. Guardate le vostre stesse foto di qualche anno fa, la semplicità della natura evidenzierà con grande esultanza l’idiozia presente all’interno di quel semplicistico termine: Uguaglianza, voi/ noi non siete/siamo nemmeno minimamente uguali a voi/noi stessi di qualche anno fa, figuriamoci se possiamo essere uguali all’interno di una società, all’interno di un insieme di individui che non a caso sono, appunto, individui. Ovvero persone talmente uniche che rasentano l’archetipo di uno.
Ed è ciò una grande fortuna! Pensate a quale noia si ridurrebbe la nostra esistenza se vivessimo in un ipotetico mondo di pari, dove tutti eseguiamo gli stessi compiti e ragioniamo seguendo le stesse direttive, ci comportassimo allo stesso modo e avessimo gli stessi identici gusti artistici e via dicendo? E pensate ancora cosa accadrebbe se, non ci fossero delle singolarità talmente estreme da portare la propria essenza al di sopra del comune ammasso di individui che sognano un utopica uguaglianza?  La storia stessa della nostra umanità non avrebbe mai avuto inizio! E’ soltanto nel momento in cui un uomo, il primo uomo rousseauniano, prese coscienza di sé e della sua eccelsa capacità di essere esistenza stessa del paradosso: infinito nel finito, di contenere la vastità intellettuale, capace di guardare l’infinito, di sfiorarlo ad ogni pensiero eppure egli rimaneva uno solo, nonché unicamente uno! È stato allora che questo patetico terzo pianeta ha avuto la fortuna di vedersi calpestato dai piedi di Sargon di Akkad, Hattusili, di Ramses II, Ciro il Grande e del non meno Alessandro Magno!
Re guerrieri, che si scagliavano contro il nemico in prima fila,( non certo come i nostri burocrati, intellettuali politici che mandano i nostri giovani, i nostri figli a combattere pur di conservare il loro misero potere economico nel caldo delle loro case, ma questo sarà un altro argomento sul quale parlare ;-) ). Re guerrieri  le cui basi scolastiche facevano loro riconoscere la diversità della plebe ed in tal modo la diversa formazione, educazione militare da offrire ai propri soldati. Ed è proprio qui che mi riallaccio alle arti marziali.
Così come non siamo uguali per nascita, tantomeno per formazione intellettuale, né fisica e via dicendo non siamo TUTTI soldati e le arti marziali, da quando il primitivo uomo ha iniziato a raggrupparsi per dare battaglia alle bestie feroci o ad altri uomini, sono tecniche e metodi propri dei soldati o almeno di chi, il mestiere delle armi viene naturale. Si, è vero, possiamo anche tentare di aggrapparci a fantomatiche argomentazioni del tipo religioso/filosofico dal sapore perbenista/newage, cercando di dire: le arti marziali sono più che mere tecniche di combattimento, sono storia, filosofia, e tanti di quei bla, bla, bla detti e ri sentiti da chi il mestiere delle armi conosce solo ed esclusivamente a chiacchiere o al massimo con qualche libro del genere “arti marziali per impediti”.
Guardatevi allo specchio, trovate in voi gli attributi necessari del guerriero? Siete pronti ad abbattere il vostro avversario? O forse credete che basti solo vincerlo in qualche garetta della federazione del paesino? La pratica di un arte marziale richiede degli attributi ben specifici quali: forza, elasticità, capacità di sopportare il dolore per lunghi periodi di tempo, capacità di concentrarsi anche sotto stress, anche quando si subisce un dolore così acuto dove tutti gli altri si arrenderebbero. In fine, un praticante che non sia forte ed elastico ha ben poca strada da fare nel mondo delle arti marziali, a tal motivo ogni disciplina porta con sé un bagaglio tecnico in grado di allenare al meglio lo studente a quella disciplina, ed è proprio per questo motivo che noterete: a Settembre il boom delle iscrizioni, con le nuove reclute, entusiasti dopo aver visto l’ultimo film di Bruslì, che non vedono l’ora di fare i salti mortali e diventare un Termineitor capace di disarmare un terrorista armato di un M16 o meglio di un lancia razzi, mentre a Giugno se vi contate con le dita della mano, vi avanzeranno di certo diverse poiché in molti avranno già mollato!
Qualora sentirete affermare, con sognante sguardo, il vostro maestro/istruttore: la mia disciplina è adatta a tutti, non abbiate paura ad alzare il vostro dito indice e fargli notare che forse sta sopravalutando l’umanità o semplicemente non ha la benché minima idea di quel che sta blaterando, cosa quest’ultima assai più probabile.
Analizziamo per un momento la si fatta frase: la mia disciplina è adatta a tutti.
Ora, se è la MIA disciplina, grazie alla logica aristotelica (che vanta solo qualche secolo), possiamo affermare con certezza infallibile che non è la tua disciplina, tanto meno quella di “tutti” poiché essa è appunto solo MIA. Insomma, presupponiamo che mi sia addestrato per diverso tempo ad essa, fino al punto di aver interiorizzato ogni singolo particolare ed infine creando appunto la MIA disciplina. Un po’ come se mi fossi fatto da solo un vestito su misura, con tutti gli errori ed incongruenze che questo comporta (un conto e farselo fare dal sarto esperto nel suo mestiere, un altro e farsi da soli il proprio vestito). Ora che quel vestito è compiuto, dopo tutto il tempo ad esso dedicato noi cosa faremo? Lo regaliamo ad un altro? Magari un po’ più alto di noi ed in sovrappeso; ecco proprio in quel momento, prima di farglielo indossare per la prima volta, magari dovrei ricordargli di dimagrire qualche etto, ma alla fine quel vestito gli starebbe lo stesso stretto. Il mio vestito quindi non gli è adatto.
Non bisogna essere buoni per forza, ma possiamo scegliere di essere sinceri almeno intellettualmente parlando e dire: il mio stile non è adatto a tutti, non è una discriminazione, quanto una presa di coscienza data dalla più pura ed eccelsa esperienza: la fatica espressa nel comporre il proprio vestito. Certo è che se il vostro scopo è invece vendere a quante più persone possibili la credenza nella loro capacità di praticare il vostro stile, mbeh allora conviene che continuate ad ingannarle come avete fatto fino ad oggi, miei cari maestri di arti marziali.