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lunedì 2 gennaio 2017
Ricordi d'estate
Calava il sole lungo il rosso orizzonte, i raggi talvolta trafiggevano le nubi dalle rosate sfumature. Il tempestoso mantello dei mari del sud ritmicamente copriva la riva, mentre la nera sagoma di un pellicano in lontananza, fissava le novelle stelle della sera. Mi fermai ancora.
Il caldo sapore del sangue si mischiava in bocca a quello della sabbia, lo sguardo cominciava ad annebbiarsi mentre la stanchezza scorreva leggera lungo gli arti. Un colpo ancora, fortissimo. In pancia. Caddi.
Un secondo ancora ed il suo piede avrebbe spazzato via la mia faccia dalla sabbia, il maestro sollevo la mano destra: "Basta così grande drago". provai ad alzarmi ... Mi diede una mano.
Stavamo in piedi di fronte al maestro, solo il rumore delle onde marine cavalcava il vento.
- cosa hai imparato oggi piccola tigre?
- Vincere grande drago è un obiettivo ancora lontano da raggiungere, Maestro.
-Non la vittoria è cosa buona mio giovane discepolo, ma ciò che ogni giorno riusciamo ad imparare. Non vi è nessun maestro migliore della perdita, dello sbaglio. Sii grato al tuo avversario, perché è solo grazie a lui che tu migliori te stesso. E' solo grazie all'errore che puoi imparare, che puoi evolverti, che puoi conoscere!
Ricordate: per migliorare, dovete affrontare difficoltà via via maggiori, finché vi volterete indietro e riconoscerete la vostra vecchia debolezza. Allora, non avrete più avversari.
L'oscura notte era appena calata su di noi.
Neri uccelli trafiggevano il cielo.
Il vento dell'estate alleggeriva la stanchezza, un altra giornata di addestramento si era appena conclusa.
giovedì 22 dicembre 2016
Trova il tuo cuore
Come era consuetudine sedetti di fronte al Maestro, l'impavido sudore ritmicamente sgocciolava dal sopracciglio destro. Cadendo sulla terra battuta della sala, quelle piccole gocce sollevavano la polvere.
Silenzio.
Soltanto la goccia ricordava la sua presenza. Il respiro spezzato, man mano cercai di portarlo all'ordine, alla compostezza.
- Hai fallito ancora piccola tigre.
- Non sono un degno discepolo, Maestro.
Il capo leggermente chino a sinistra mentre la sottile, tagliente, mano destra accarezza delicatamente la barba. Lo sguardo sembra viaggiare fuori dalle alte finestre lungo il muro. Occhi neri come la notte più buia, nascondono la verità di mille ore di morte.
- Hai fallito ancora piccola tigre, non per mancanza di doti, ma per l'assenza del cuore.
- Le parole del Maestro sono impenetrabili.
- Non il pugno ha valore, non il calcio. la spada addormentata resta nel fodero, la lancia non tuona e giace in silenzio. Ognuno di esse manca di cuore. Il cuore, mio giovane apprendista, è ciò che dà vita ad ogni tecnica, ad ogni strumento. La via della maestria passa attraverso il cuore: Se sei felice sia la felicità a riempire la tua virtù; se sei triste sia la tristezza: entrambe ti doneranno potenza. Trova il tuo cuore, mia piccola tigre, e non avrai più avversari.
Uscendo dalla stanza di giada il Maestro chiuse col lucchetto la porta e tornò ai suoi quotidiani lavori.
XiaoFu andò via, per quel giorno troppo aveva da studiare ancora.
sabato 12 marzo 2016
Poesia Afghana - Meditazioni sull'Islam
La vita non è un problema da risolvere:
la vita è uno spazio di tempo da vivere.
Certo, Dio è bello e ama la bellezza,
certo, Dio è vita, e perciò ama ogni essere vivente.
Dal momento che noi tutti viviamo
abbiamo tutti il diritto di vivere nel modo più conveniente.
****
Studiando e meditando sull'Islam, ho trovato questa bellissima poesia, la quale mi ha davvero cambiato la giornata e la percezione della mia quotidiana fatica, sperando possa aiutare anche altri, la condivido volentieri con i miei lettori, ai quali vorrei innanzitutto ricordare un termine al quanto contemporaneo e modernamente abbinato alla concezione di guerra santa: Jihad.
Il Jihad è lo sforzo dell'uomo per convertire se stesso da pietra grezza a pietra levigata. è un percorso personale alla ricerca di Dio, solo un anima corrotta ed egoista può trasformare una fede di amore, rispetto e pace, in uno strumento di guerra, il male è nell'uomo.lunedì 28 settembre 2015
Tengo necesidad de odiarte
Pubblicato nel vecchio blog il: 11.07.2014 00:30
***Dislculpadme, pues es ya mucho tiempo que no hablo ni escribo en mi natal idioma.***
Tengo necesidad de odiarte.
Como odia el niño la noche,
como odia el santo al pecado,
como odian los pajaros el viento de tempestad.
Como odia el niño la noche,
como odia el santo al pecado,
como odian los pajaros el viento de tempestad.
Tengo necesidad de odiare.
Y odio el rubio de tus cabellos,
los esmeraldos ojos del engaño.
Odio el veneno de los delicados labios.
Y odio el rubio de tus cabellos,
los esmeraldos ojos del engaño.
Odio el veneno de los delicados labios.

Pues tengo necesidad de odiarte
para no sufrir màs la oscuridad de la noche,
la usencia del delicado seno,
la fuerza de tu castigo, mujer!
para no sufrir màs la oscuridad de la noche,
la usencia del delicado seno,
la fuerza de tu castigo, mujer!
Tengo necesidad de odiarte.
Y odiandote te extraño,
y extrañandote te quiero,
y cuando màs te quiero
La frìa hora llena la vacuidad.
Y odiandote te extraño,
y extrañandote te quiero,
y cuando màs te quiero
La frìa hora llena la vacuidad.
Y odio tu lejanìa,
Tus sinceras mentiras,
Làtigo azotador de mi alma.
Tengo necesidad de odiarte.
Y odiandote te quiero
Y queriendote te extraño
Y extrañandote me muero.
Tus sinceras mentiras,
Làtigo azotador de mi alma.
Tengo necesidad de odiarte.
Y odiandote te quiero
Y queriendote te extraño
Y extrañandote me muero.
Tengo necesidad de odiarte
Simil al rojo Ares
Mi lanza es de fuego,
Y tiembla el alto cielo
Cuando el grito amargo
hecho al viento.

Tengo necesidad de amarte,
Cipride criatura
Que en rojo y en negro mi alma enredas.
Conserva mi amor en el tiempo del verano
Y devuelveme pronto tu dulce espuma.
Cipride criatura
Que en rojo y en negro mi alma enredas.
Conserva mi amor en el tiempo del verano
Y devuelveme pronto tu dulce espuma.
Pues en verdad
Tengo necesidad de odiarte.
Habil mentiroso entre los mentidores.
Tengo necesidad de odiarte.
Habil mentiroso entre los mentidores.
Drago Ubriaco/ Dragòn Borracho
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Ermione,
M° Jaime Luis Vizconde,
Tengo necesidad de odiarte
Ermione
Pubblicato nel vecchio blog il: 23.05.2014 20:27
So bene come finirà questa sera. Conosco bene il travolgente potere che la tua sola presenza scatena, schiavizzando la mia risolutezza, sconvolgendo i miei piani di guerra.
E mi ritrovo puntualmente a rivivere il dèjà vu della scelta, al bivio tra uno speranzoso, lucente, futuro ed una cupa realtà che s’annida nelle mie ore di morte, dove i neri gabbiani sfrecciano in uno sconfinato cielo senza stelle, su di un appassito mare di solitudine ed angoscia. E sono qui, sono ancora qui ad attenderti, a mendicare il tuo sguardo, il tuo delicato sorriso dagli strizzati occhi smeraldini. Amami, è tutto ciò che chiedo e tutto ciò che desidero.
Essere tuo, vivere per te.
Vivere da te e dalla vita che solo in te mi pare di scorgere ormai.
Basterebbe un solo “Si”; un semplice, banale, puerile monosillabo che raccoglie in sé l’essenza di tutta questa umana sofferenza, quasi fossi una punizione divina, nemesi stessa in regalo ad una vita di morte, fatiche e sofferenza.
Conosco il mio passato, i miei lontani errori e la punizione scatenata. Ma quanto potrò ancora sopportare? Prego ogni notte ricevere la forza dallo stesso Enki, amico dell’uomo, attendo un Prometeo che mi accompagni e mi guidi con la divina fiamma nell’ingannevole, nosferatico, mondo di Eros che solo a te appartiene. Nel mentre le forze mi abbandonano, giorno dopo giorno l’ansia di una tua telefonata, di un tuo semplice messaggio mi sferza il sangue con il ricordo dei delicati capelli dall’oro colore, lentamente i giorni muoiono nell’attesa che puntualmente si dimostra pleonasticamente inutile, fallimentare.
L’ordalica privazione del tuo amore appare quale dannazione, quasi fossi un decaduto Lucifero dalle cicatrizzanti ali, amorfo nell’informe, appassito anche nella morte … un uomo che non ero, un uomo che non sono, un Re divenuto schiavo di quel lieve, molle, ansimare quando in rosso ed in nero il tuo dolce peso si adagia.
Vado, lontano come lo sfuggente orizzonte.
Vado alle mie battaglie, amore mio, vado alla terra che solo io conosco, dove la mia spada attende ed il tuo ricordo attende, ma non vi è nulla da trafiggere, il mio corpo, il mio respiro, il cuore stesso, pulsante e caldo resta da te. In te, come in tutti questi bruni giorni appena trascorsi. Vado e senza di me, mi avventuro in una vita che so già è finita ad ogni respiro appena concluso.
Vado ad attenderti, ad aspettare quel dannato “Si” dal tonante fischiettio che scroscia, che rabbrivida l’anima. E quando in un attimo di follia, la solitudine della perdita ti assalirà, voltati, guardami e racconta al vento, nostro eterno messaggero, l’accondiscendente perdono.
Non già solo Dio perdona ma l’uomo, ed in ciò l’uomo ascende se stesso alto e lucente come Venere all’orizzonte, non un Dio ma già un uomo che dio stesso ha superato.
Solo nella moltitudine di ombre che solo io conosco, t’attendo.
Oh Ermione
Marziali Riflessioni
Pubblicato nel vecchio blog il: 22.05.2014 12:21
Cosa ci è successo?
E’ la domanda che quotidianamente mi rivolgo allo specchio al mattino, quando dopo aver finito la giornaliera prassi di risveglio, l’angoscia di un nuovo giorno morente mi assale. Dove sono i giorni in cui, in un tuonante silenzio ci allenavamo all’ombra, cupa e quasi sacra, del nostro maestro? Quando, con infinita attesa ci addestravamo per ore, giorni e spesso anche mesi, in un'unica noiosa ed infine, naturale, tecnica. Dove sono i giorni in cui al maestro bastava sollevare un palmo per capire quale Taolu eseguire? I giorni in cui entravamo al kwoon e la prima cosa che facevamo era quella di accendere l’incenso agli antenati, seguiti da tre inchini ritmati dal sottile ticchettio di un orologio analogico in fondo alla sala, la sala dei bronzi e delle giade, la sala dove l’onore abitava quasi fosse un dio in persona. Calpestare quel suolo, senza un morbido tatami, circondato dalle armi affisse ai muri, qualche vecchio libro appoggiato qua e là e l’acre odore dell’incenso che pian piano si faceva strada lungo le narici, la trachea … i polmoni. Dove sono quei giorni? Cosa ci è successo?
Quei giorni sono relegati ad un passato, che giorno dopo giorno, inevitabilmente appare più luminoso, lucente come l’argenteo colore della spada del maestro, seghettata dagli infiniti combattimenti, sporca ancora del sangue di diverse anime immolate per i motivi più vari: il potere, l’onore, il rispetto, la gloria, l’amore. Mi guardo allo specchio e non vedo se non un uomo dai troppi ricordi, non odo se non la voce del passato, pallidamente adagiata nel suo stesso ricordo. L’uomo di spada non vive nel passato, ma nella sua stessa spada pronta a fendere il quotidiano. La mia spada? È saldamente appoggiata insieme ai bastoni e alle altre spade di più bassa nobiltà. Perché? Perche so che quei giorni sono finiti.
E’ finito il tempo in cui un maestro accoglieva i propri discepoli solo se dimostravano di essere capaci di seguirlo. E’ finito il tempo dove, per entrare in quella stanza di bronzi e giade, dovevi superare almeno quattro anni di apprendistato con un iniziato, con il figlio stesso del maestro. E’ finito il tempo dove l’unica retta mensile era servire il tuo maestro in ogni suo volere. Maestro dice, allievo fa.
Oggi? Basta iscriversi in una qualsiasi palestra, pagare la retta e non avendo ne arte ne parte entrare all’interno di una scuola, dove il maestro non solo ti devi accogliere e insegnare fin da subito in virtù dei tuoi soldi appena consegnati alla cassa, presso la segreteria, ma sopportare la tua incapacità a restare cinque miserabili minuti in Mabu, e magari sentirsi dire dopo: Maestro sono stanco, facciamo un'altra cosa?
Non solo, dopo neanche due mesi sentirsi un novello bruslì (con tanto di accento sulla “i”) in virtù di un allenamento che al massimo dura un ora e mezza per ben due volte a settimana! Wow, che grande guerriero, si addestra due volte a settimana! Deve essere veramente tosto, ha anche una cintura nera. E poi? poi, ti ritrovi maestri che si rompono le dita mentre sono al sacco, da soli, a dare dei pugnetti incapaci di percepire la violenza stessa che la parola pugno può indicare.
Ma dobbiamo pur vivere, no? L’affitto, le spesse di luce, telefono e varietà in necessaria ai fini marziali, vanno coperti, è vero. Perché quindi essere un idealista? Vivere in un iperuranea percezione della virtù marziale, quando essa, da tempo se ne è andata? Perché perderei l’unica cosa che nessuno può togliere, perderei me stesso. Abbandonerei definitivamente la mia spada accanto a quei plebei bastoni. Sarò forse un sognatore, sarò forse contro il comune status quo marziale è vero, ma sarò io e onorerò la mia promessa di servitù al mio maestro, anche nella morte la mia promessa è rimasta, anche quando il maestro è caduto dall’olimpo stesso mostrando l’insegnamento ultimo, mostrando che anche un maestro è un uomo, anche allora, la mia promessa è salda come in quel lontano luglio del 2001. La scuola, non morirà con me, perché vivrà nel cuore di colui che si mostrerà degno, colui che non riceverà l’insegnamento solo perche paga una retta mensile, ma perche la sua nobiltà, il suo innato onore emergerà da sé. Ed è qui che vengono i nodi al pettine, L’onore non lo si acquista né con una cintura nera né con una medaglia vinta. L’onore appartiene a colui che vive nella sua propria spada, quotidianamente, incessantemente, infaticabilmente. Non basta un kimono, né una katana comprata al mercatino dell’usato fatta in serie con l’acciaio più schifoso di tutto il mondo, non basta vestirsi da cinese antico, leggersi due frasi del tao te ching, chiamarsi buddhista e magari essere un novello vegetariano o vegano… non basta dire il bianco è il buono ed il nero è il cattivo. Il nobile animo si dimostra nella propria spada, pur restando semplici uomini dalle infinite difficoltà, paure ed angosce.
Cosa ci è successo? Siamo diventati meretrici di sacre conoscenze, di tecniche dove basta fare un video su youtube per creare altri diecimila maestri. Abbiamo svalutato ciò che di più nobile c’era in noi, il nostro sapere, i nostri ricordi, i nostri antenati. Ricordate miei cari amici, che ogni singola tecnica, ha spezzato mille vite ed esse ancora chiamano vendetta da qualche parte, prendere alla leggera ciò che credete di chiamare arti marziali è l’errore più comune che ci sia. Non siate parte di quel ammasso informe di ignobili praticanti. Calpestate la terra ricordando che tra tutti, i guerrieri vanno in contro a ciò che fa male e non scappano da esso, affrontate la difficoltà, perche è solo facendo cose difficili che si migliora, altrimenti restate nella vostra mediocrità ma non chiamatevi marzialisti. Onorate gli antenati che per voi sono morti per potervi portare la conoscenza. E non dimenticate la vostra, propria, spada.
Masochismi Marziali
Pubblicato nel vecchio Blog il: 30.09.2013 08:50
Da quanto tempo praticate arti marziali? Una delle cose che accumulerete praticando arti marziali, non sarà certamente la conoscenza tecnica, quanto la collezioni di episodi marziali al quanto bizzarri nonché personaggi ad essi connessi, gente che pratica le arti marziali mistiche per il raggiungimento del Sé supremo (aha -_- ), gente che pratica arti marziali per collezionare medaglie e titoli mondiali in federazioni ( o sarebbe meglio chiamarle semplici “asd FEDERAZIONE pinco pallino”), gente che pratica le arti marziali per diventare un Termineitor/Bruslì (con tanto di accento sulla “i”) e gente che pratica arti marziali per imparare la filosofia orientale (non era meglio un corso di laurea all’università?)… di tutti questi bei personaggi oggi vorrei parlarvi dei masochisti marziali.
Nel suo Psychopathia Sexualis del 1886, Richard Von Krafft Ebing definisce il masochismo come una specifica “perversione” sessuale* nella quale l’individuo vive nell’ossessione di subire un esperienza di completa sottomissione verso il proprio partner, raggiungendo talvolta ALTI LIVELLI di umiliazioni e strazianti torture. Ora ben consapevoli che molte delle nostre quotidiani abitudini sono rintracciabili all’interno di meccanismi psicologici infantili/sessuali (come insegna il buon caro Freud) meditiamo insieme riguardo la trasposizione di questo masochismo nel nostro piccolissimo mondo delle arti marziali “italianotte”,ovvero all’interno dei nostri piccoli bar dello sport dove spesso diciamo di andare a fare arti marziali.
Chi è il masochista marziale? Inquadrabile in un età compressa tra i venti e i trentacinque anni, solitamente di sesso maschile, sovente praticante di sport da combattimento o stili marziali armati come ad esempio: la esGrima (eh, si… è una parola spagnola) , talvolta anche arti marziali di tradizione orientale come ad esempio sistemi giapponesi di derivazione jujutsu, karate e ovviamente cinesi come il Cunfù (quello con l’accento!), con una spiccata tendenza all’uso violento della forza (non quella di star wars), e dalle capacità linguistico/grammaticali degne di un testo alla Vasco fatto di mono sillabe o monoparole**. Ora fino qui direte “tutto ok” (tranne per il monosillabismo) dov’è il masochismo? Ed io vi rispondo, perdonatemi se lo faccio con una domanda: avete mai sentito la frase: “Noi a lezione ci meniamo per davvero!”, “noi facciamo la VERA arte marziale/sport da combattimento, perche da noi, Aoh, ce se mena, mica pe finta!”, “quando esco dalla pale c’ho sempre i lividi”?
Eh? Cosa?! Quindi, scusami, tu PAGHI (talvolta manco poco), per andare in palestra e farti “menare”? interessante, analizziamo il tuo “ragionamento”, ma facciamolo guardando trasversalmente la cultura dalla quale deriva l’atteggiamento masochistico.
Di tutti gli animali è reazione comune rispondere ad eventi violenti con la fuga, la paralisi tonica e là dove è necessario, il combattimento vero e proprio. Quando due esemplari della stessa specie ingaggiano la lotta, è facile notare come questa non abbia lo scopo di uccidere l’avversario se non quello di dimostrare di sovra farlo e ristabilire la propria posizione di maschio/femmina dominante (avete presente i combattimenti tra i cobra o i leoni?). Bene, l’uomo è l’unico essere vivente su questa terra che quando ingaggia il combattimento spesso (la storia lo dimostra) lo fa per ottenere non solo la resa, ma l’annientamento del proprio avversario. Ora noi crediamo di essere così superiori ed intelligenti, eppure, ad un intelletto normodotato di critica l’immagine precedente dimostra come in realtà non lo siamo. A dimostrazione di ciò abbiamo ideato fin dal paleolitico l’utilizzo via via più specialistico di armi e conseguenti metodi di uccisione, andando a finire in costruzioni di colossali filosofie atte ad accettare, giustificare e, conseguentemente, a ricercare addirittura la morte quale bene massimo del guerriero: cioè, non basta prendersi a mazzate, ma addirittura innalziamo intellettualmente e culturalmente un fatto, per ovvi motivi, nefasto a livelli tali da proporlo quasi in chiave di utile, nonché di bontà in termini etici/morali:
“Gli insegnarono che la morte sul campo di battaglia al servizio di Sparta era la gloria più grande che la vita avrebbe potuto offrirgli.” Frase tratta dal Film 300
Ora Tralasciando il fatto che sia solo una frase tratta da un film, quindi prendendola con le dovute pinze, possiamo affermare come l’esaltazione della morte, quale atto nobile e glorioso, sul campo di battaglia sia componente fondamentale di propaganda in quegli ordinamenti sociali istituiti dai regimi tirannico/assolutistico (vedasi il feudalesimo cristiano/islamico: uccidete gli infedeli e guadagnate il regno dei cieli, il feudalesimo giapponese: il samurai e il suo onore anche nella sconfitta, l’età napoleonica e la grandeur francese, il socialismo russo, il nazional socialismo tedesco, il fascismo italiano e quello spagnolo, ecc) in modo da giustificare e far sì che sia socialmente accettabile andare in contro alla morte per il semplice valore attribuito ad un idea (che, per ovvi motivi etimologici, storico e filosofici è qualcosa che in realtà non esiste). In questo contesto possiamo parlare di masochismo sociale/culturale, dovuto ad un annullamento della capacità critica della massa comprendente il raggruppamento sociale a vantaggio del singolo intelletto innalzato a dirigere il popolo(notare quindi il parallelismo maestro ---> gruppo di allievi).
La nostra moderna società e cultura individuabile in aree geografiche ben definite, può quindi sviluppare diversi meccanismi di giustificazione per l’accettazione sociale di atti masochistici di portata generazionale. Ora, per rientrare nel discorso del bar dello sport marziale, basterà capire come sia credenza populistica e ampiamente condivisa dai soggetti che rientrano nella descrizione di cui sopra che, più ci si fa male durante le sessioni di allenamento (si, proprio così allenamento, cioè nemmeno in gara, ma unicamente in allenamento) e più si è marziali, virili e guerrieri, spesso associando la giustificazioni che: facendo arti marziali sia necessario andare forte mentre si è a lezione. Condivido il pensiero che le nostre discipline dovrebbero insegnare a combattere, d’altronde sono appositamente definite arti marziali, se insegnassero altro non lo sarebbero, condivido il pensiero che sia necessario un costante allenamento al combattimento per chi pratica le arti marziali, ma la domanda è: è proprio necessario farci del male fisico gratuito, per raggiungere l’eccellenza marziale? Mi spiego: Se a lezione devo eseguire un semplice colpo di pugno, devo per forza fracassare il volto del mio compagno di allenamento in virtù di un addestramento, il più possibile, reale?! Credo che ci siamo evoluti e distinti dalle bestie proprio grazie alla nostra capacità di analizzare e, quindi, al nostro intelletto, per cui saremo tutti d’accordo che posso trovare metodi altrettanto efficaci per l’addestramento senza dover ogni volta finire all’ospedale per un articolazione lussata o per un naso rotto, in fin dei conti quale vantaggio sarebbe quello di avere un corpo distrutto già dalla fase dell’addestramento, prima ancora di andare in guerra o nel nostro caso, di ingaggiare un combattimento? Il fanatismo quasi religioso di certi soggetti può comportare l’accettazione di una simile metodologia masochistica per l’insegnamento e trasmissione delle arti marziali, ma non ci fermiamo unicamente al subire piacevolmente il dolore per uno scopo ritenuto di grande valore, spesso il masochismo marziale è anche molto più sottile ed ingenuo, proprio come il maestro di karate che porta i suoi allievi a fare una dimostrazione presso la palestra di una scuola media e, in pieno inverno, li fa sedere in seizan aspettando l’inizio della esibizione e là dove il novello marzialista fa notare al maestro che ha freddo e che forse sarebbe meglio riscaldarsi ginnicamente, dall’alto della sua oscura cintura nera, il maestro può rispondere: “Riscaldati col Kimè”! inutile far notare al maestro che l’allievo non è altro che una semplice cintura bianca, quindi effettivamente quanto kimè può avere? E possiamo andare avanti ad oltranza con vari racconti marziali che vedono rapporti masochistici di quotidiana ordinanza.
Tutto ciò è molto simile ad un piccolo evento storico, quello dei fanatici flagellanti medievali, i quali erano fermamente convinti che l’autoflagellazione a imitazione della passione del loro signore, il cristo, potesse garantire la vicinanza col divino. Nel caso dei nostri marzialisti, la convinzione di raggiungere uno stato guerriero superiore grazie a metodologie di tipo masochistico.
Non contenti dell’eseguire metodologie masochistiche , i soggetti di cui sopra, provano anche a pubblicizzare la loro marzialità guerriera, raggiungendo livelli quasi osceni di autocompiacimento, a tal proposito il mondo di youtube ad esempio, è pieno di video raccolte fotografiche dove, il susseguirsi delle foto dei lividi sparsi per il corpo, sono alternati a frasi del tipo: “noi ci alleniamo per davvero”. Bravi, complimenti, siete fortissimi, ma soprattutto degni rappresentanti dell’alto livello scientifico, tecnologico raggiunto dalla nostra civiltà.
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